La poesia del fico bianco del Cilento

Siamo tornati in Cilento per santificare il fico secco. Quello bianco, di origine protetta. Entriamo in Santomiele, azienda che del fico secco ne ha fatto il simbolo del loro intendere la vita come sintesi della cultura mediterranea.

Lettura 3′

Prignano Cilento, 63 km / 75′ d’auto da Salerno.

Siamo arrivati sin qui, per parlare di fichi secchi, dove il detto ‘non valere un fico secco’ è associato all’inutilità della pianta del fico una volta seccata, perchè non da frutti e il suo legno non è buono per il falegname. E non è il caso del nostro incontro, dove il fico secco è sintesi di conoscenza e sapore di una cultura.

Fichi in essiccazione
Prignano Cilento
Prignano Cilento, paesino numero 42

Il territorio qui, come sempre accade quando ascoltiamo le storie nei Paesini, determina il destino del nostro fico, che su queste colline non è mai stato considerato una coltivazione importante, tutt’altro.
Antonio Longo, nostro incontro qui nel paesino di Prignano, ci racconta quanto sia importante l’umidità del mattino, che attraversa queste colline e scende poco più giù verso Agropoli e la piana di Paestum: questo flusso d’aria più umida e fresca determina la grandezza del fico bianco di questa zona, sensibilmente maggiore rispetto ad altre piante di fico più diffuse in Italia.

Ma spostiamo la nostra attenzione su Antonio: è lui, geologo, insieme ad un suo amico e oggi partner, Corrado, che osservano questo territorio e le sue caratteristiche, per avviare un’impresa che si chiama Santomiele.
Di recente abbiamo parlato di trasformazione, in Val Trebbia, attraverso i vigneti, e qui il ragionamento è lo stesso: dal recupero della coltivazione familiare di inizio ‘900, Antonio ha sviluppato un processo di lavorazione naturale, investendo sempre in conoscenza. Lui ha sempre portato avanti la trasformazione del fico attraverso la ricerca e lo sviluppo di un flusso di lavoro armonico, che racchiuda l’identità del luogo in cui vive. Questo avviene filosoficamente nella visione di Santomiele, nutrendosi di design, cultura e arte, e tecnologicamente con il supporto e la relazione con l’Università di Salerno, che sviluppa soluzioni utili a mantenere i processi naturali, primo fra tutti il rispetto dei tempi di essiccazione dei fichi e la loro trasformazione.

Visitando la sua azienda, ai piedi del paese, sentiamo l’atmosfera di Magna Grecia, del Cilento, della poesia degli elementi che generano i sapori del Mediterraneo. E non è un caso che questa realtà, piccola impresa in un territorio non storicamente solido nel fare sistema, sia stata candidata all’ONU a New York per rappresentare l’Europa alla giornata dedicata alle piccole e medie imprese, per il loro modello di impresa sostenibile, dove i valori sono nelle persone e nei prodotti locali (obiettivi dell’agenda 2030 dell’ONU).

E per noi, Antonio è d’ispirazione, perchè la sua visione racchiude l’equilibrio tra identità e creatività, partendo dall’osservazione, applicando la conoscenza, arrivando all’eccellenza. Poi si aggiunge l’idea di impresa, che oggi è ben posizionata e presente con un modello sostenibile.

Santomiele segnalata sul NYT, Antonio Longo all’ingresso dell’azienda
Il logo di Santomiele
Installazione all’ingresso di Santomiele
Luci e dettagli di Santomiele
confezionamento ed essicazione naturale
un prodotto dell’azienda
i cinque sensi scritti in forma circolare, dettaglio sul pavimento dell’azienda

Il racconto Paesini è supportato dal nostro partner editoriale EOLO SpA, Società Benefit e leader nel campo della banda ultra-larga wireless (FWA) la cui Mission è garantire anche nelle zone più remote un accesso alla rete democratico e di qualità, a supporto di uno sviluppo sostenibile e inclusivo.

Insieme abbiamo deciso di dare vita a questo progetto fuori dalle aree urbanizzate, per scoprire luoghi remoti del nostro Paese e incontrare storie di persone comuni che, anche grazie a internet, riescono a realizzare le proprie idee e visioni non direttamente dipendenti dalle dinamiche delle città.

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